Daniel González La Casa del Tiempo, 2018, common objects, wires, Fisher and electrical system site-specific installation, ephemeral architecture, courtesy Studio Daniel González

Daniel González, Brian Alfred, Vincenzo Castella, Igor Eškinja, Anna Galtarossa, Alberto Garutti, Tracey Snelling and Hema Upadhyay
No place like home

A cura di / Curated by: Marco Meneguzzo

Il titolo (non c’è nessun posto come casa propria) può essere letto in un duplice senso: letterale e ironico. Casa come rifugio, guscio, luogo sicuro, luogo franco, riparato da ogni pericolo, dove smettere l’abito sociale per assumere un abito esistenziale, individuale, personale, e invece definizione ironica, per cui la casa rappresenta l’establishment convenzionale da contestare e abbattere, in nome della libertà di vivere “senza tetto né legge”.
Gli artisti chiamati a rappresentare questo duplice aspetto, che a volte si presenta contemporaneamente nella stessa opera, indagano sull’eterno concetto dell’abitare, nella sua forma più evidente, la “casa”: ognuno di loro ne fornisce una versione, senza la pretesa di esaurire le possibilità di questo soggetto, e anzi abbandonandosi più alla memoria e alla sensazione che all’analisi e al ragionamento. É il soggetto che suggerisce e talvolta impone questo approccio “sentimentale”, intimo anche quando stabilisce semplicemente un perimetro murario alla casa, o ne fotografa gli spazi: è tanto forte il tema, tanto pertinente alla vita di ognuno che non se ne può astrarre, come invece si potrebbe fare se invece che di fronte a una “casa” ci si trovasse di fronte a un “edificio”. Di fronte alla casa si scioglie la scorza di cinismo che viene richiesta all’artista di successo, e anche dietro l’ironia con cui si può affrontare l’argomento spunta una specie di dolcezza in cui la memoria individuale gioca un ruolo fondamentale e coinvolgente. (Marco Meneguzzo, novembre 2018 – estratto dal testo di mostra).

In mostra sono presenti alcuni piccoli collages di Brian Alfred in cui il segno è dato dal colore della carta stessa. Qui le immagini risultano volutamente molto simili a disegni digitali, realizzati al computer, ma la natura tattile della carta dà loro un’identità più intima e sensoriale. Accanto a queste opere, alcune fotografie vintage, anch’esse di piccolo formato di Vincenzo Castella, mentre campeggeranno nella sala centrale le eclettiche installazioni di Daniel González (La Casa del Tiempo, un’architettura effimera realizzata con oggetti di una tradizionale casa veronese nella quale il pubblico potrà fisicamente addentrarsi in una nuova dimensione materiale e temporale) e Anna Galtarossa (Petit Trianon, installazione in movimento realizzata per l’occasione dall’artista a partire da un comune carrello della spesa). Il tema della casa, nell’idea di agglomerato urbano, talvolta soffocante e opprimente, è ben rappresentato anche dai lavori di Tracey Snelling ed Hema Upadhyay. Americana la prima, classe 1970, realizza sculture “sociologiche”, spesso integrate con riproduzioni video, in cui sono ricreate in piccola scala ambienti ed edifici provenienti dall’esperienza personale dell’artista, al limite del voyeurismo. La seconda invece, artista indiana prematuramente scomparsa, sviluppa nei suoi Killing Site, il tema dell’immigrazione, spesso verso grandi città, in costante legame con il caos urbano. Le sue opere descrivono i cambiamenti che hanno preso piede nella maggior parte delle città metropolitane di Mumbai, un paradiso per gli immigrati in India. Oltre all’installazione Che cosa succede nella stanza quando gli uomini se ne vanno? e a due grandi opere a parete di Alberto Garutti, in cui l’artista pone l’accento sull’idea di “spazio vissuto”, inteso come luogo di solitudine in cui l’essere si misura con il mondo, è esposto per la prima volta a Studio la Città il lavoro di Igor Eškinja. In mostra Welcome, una delle opere più rappresentative di Eškinja dall’inizio della sua carriera, creata con materiale di uso comune, in questo caso cartone assemblato a strisce. Nella composizione, realizzata attraverso l’illusione prospettica, l’artista dà vita all’immagine contraddittoria di una casa con la porta aperta attraverso la quale però, ci si scontra inevitabilmente con la parete.

The title (there is no place like home) can be read in a double sense: literal and ironic. Home as a refuge, shell, safe place, free place, sheltered from any danger, where to stop the social habit to assume an existential, individual, personal habit, and instead an ironic definition, for which the house represents the conventional establishment to be contested and demolish, in the name of the freedom to live “without roof or law”.
The artists called to represent this double aspect, which sometimes occurs simultaneously in the same work, investigate the eternal concept of living, in its most evident form, the “home”: each of them provides a version of it, without the pretense to exhaust the possibilities of this subject, and indeed abandoning oneself more to memory and sensation than to analysis and reasoning. It is the subject that suggests and sometimes imposes this “sentimental” approach, intimate even when it simply establishes a wall perimeter to the house, or photographs the spaces: the theme is so strong, so pertinent to everyone’s life that one cannot abstract it, as you could do if instead of facing a “house” you were facing a “building”. In front of the house, the zest of cynicism that is required of the successful artist melts, and even behind the irony with which the subject can be addressed, a kind of sweetness emerges in which individual memory plays a fundamental and engaging role. (Marco Meneguzzo, November 2018 – excerpt from the exhibition text).

On display are some small collages by Brian Alfred in which the sign is given by the color of the paper itself. Here the images are deliberately very similar to digital drawings, made on the computer, but the tactile nature of the paper gives them a more intimate and sensorial identity. Alongside these works, some vintage photographs, also in small format by Vincenzo Castella, while the eclectic installations by Daniel González (La Casa del Tiempo, an ephemeral architecture created with objects from a traditional Veronese house in which the public will be able to physically enter a new material and temporal dimension) and Anna Galtarossa (Petit Trianon, a moving installation created for the occasion by the artist starting from a common shopping cart). The theme of the house, in the idea of ​​an urban agglomeration, sometimes suffocating and oppressive, is also well represented by the works of Tracey Snelling and Hema Upadhyay. The first American, born in 1970, creates “sociological” sculptures, often integrated with video reproductions, in which environments and buildings from the artist’s personal experience are recreated on a small scale, bordering on voyeurism. The second, on the other hand, an Indian artist who died prematurely, develops the theme of immigration in his Killing Sites, often to large cities, in constant connection with urban chaos. His works describe the changes that have taken place in most of the metropolitan cities of Mumbai, a paradise for immigrants in India. In addition to the installation What happens in the room when the men leave? and to two large wall works by Alberto Garutti, in which the artist emphasizes the idea of ​​”lived space”, intended as a place of solitude in which being is measured against the world, is exhibited for the first time Igor Eškinja’s work at Studio la Città. On display Welcome, one of Eškinja’s most representative works from the beginning of his career, created with commonly used material, in this case cardboard assembled in strips. In the composition, created through the illusion of perspective, the artist gives life to the contradictory image of a house with an open door through which, however, one inevitably collides with the wall.

Dates
02.12.2018 – 16.02.2019


Location
Studio La Città
Lungadige Galtarossa 21
Verona


Our artist
Daniel Gonzàlez


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